Nel marzo 2025, l’Appennino tosco-romagnolo è stato teatro di un evento drammatico che ha riportato alla luce una pagina oscura del passato. Una frana, provocata dalle intense piogge, ha scoperchiato una vecchia discarica degli anni ’70 nel comune di Palazzuolo sul Senio (FI). I rifiuti, trascinati a valle, hanno invaso il torrente Rovigo e, successivamente, il fiume Santerno, causando un pesante inquinamento ambientale.
Ma questa non è solo una storia di incuria ambientale: è anche una storia di resistenza popolare.
Un disastro dimenticato.
Negli anni ’70, quando Firenze cercava nuovi siti per smaltire i rifiuti dopo la chiusura dell’inceneritore di San Donnino, vennero individuate aree periferiche e marginali dell’Appennino. A Palazzuolo, però, una protesta operaia e civica bloccò l’arrivo dei camion carichi di rifiuti, con l’occupazione del Comune di Firenzuola e la mobilitazione di intere comunità. Erano operai, cittadini, donne del paese: fu anche grazie a loro che la discarica venne chiusa prematuramente.

La discarica a Le Spiagge, nella valle del Rovigo. 1971.
A distanza di 50 anni, la natura ha restituito ciò che l’uomo aveva nascosto. Ma ha anche riacceso la memoria collettiva di un territorio che non è mai stato davvero ascoltato. Le periferie, le aree rurali, i borghi montani continuano a essere considerati sacrificabili per “risolvere” i problemi delle città. Ma sono proprio questi luoghi, oggi, ad aver bisogno di più difesa.
I fiumi colpiti
• Torrente Rovigo: nasce presso il passo della Sambuca e attraversa circa 12 km di territorio montano incontaminato prima di confluire nel Santerno, 8 dei quali nel Comune di Firenzuola.
• Fiume Santerno: uno dei principali affluenti del Reno, scorre tra Toscana ed Emilia-Romagna, ora contaminato in almeno 8 km di corso.

Un danno che attraversa i confini
Anche se la discarica si trova a Palazzuolo, è Firenzuola a pagare le conseguenze peggiori. L’inquinamento si è riversato nei corsi d’acqua, compromettendo habitat, fauna ittica e la bellezza naturale di una delle vallate più suggestive della Toscana.
Una storia che si ripete
Questa non è solo una frana: è il simbolo di un approccio sistemico che da decenni vede le aree rurali e marginali trattate come territori di sacrificio, funzionali agli interessi dei centri urbani.
Eppure, anche allora, ci fu chi si oppose. Si racconta di un gruppo di cittadini palazzuolesi che, negli anni ’70, alzò la voce contro quello scempio ambientale. La loro protesta portò alla chiusura della discarica. Impegno civico, già allora.
Un parallelo contemporaneo
Anche in tempi recenti si sono verificati episodi simili: nel cuore della pandemia, un gruppo di cittadini di una piccola frazione toscana si oppose all’abbattimento di un bosco di 10.000 mq, voluto per costruire un distributore di carburanti lungo la FI-PI-LI. Un polmone verde che proteggeva le abitazioni da smog e rumore. Anche in quel caso i cittadini vinsero, la giustizia riconobbe l’importanza del patrimonio verde a difesa della popolazione residente salvando il bosco.
Perché conta
Questi eventi ci insegnano che le comunità locali non sono ostacoli al progresso, ma custodi silenziosi di territori preziosi. Le periferie, le colline, i borghi di montagna non sono luoghi da “sfruttare”, ma da onorare. Sono i luoghi in cui fuggiamo quando cerchiamo pace, natura, senso. Luoghi dove l’equilibrio tra uomo e ambiente ancora resiste.
Difenderli oggi significa dare dignità a chi li abita, rispettare la storia e proteggere il futuro.
Saul Rinaldi
Fonti per informazioni e immagini
“Inquinamento e agricoltura in Toscana”, edito dall’associazione provinciale dottori in scienze agrarie e forestali di Firenze, 1973. Si ringrazia Luca Varlani per la segnalazione.
Giancarlo Grifoni, foto scattate il giorno della protesta operaia che portò al blocco della discarica.
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L’altra Montagna